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Le Sale

LEONARDIANA / un museo nuovo
Pianta Museo Leonardiana Vigevano

Il Castello

Nella seconda metà del Quattrocento, la corte rinascimentale degli Sforza visse il suo periodo di maggior splendore, divenendo uno dei centri più importanti a livello europeo, sede di grandi trasformazioni politiche, economiche e culturali.Ludovico il Moro, in particolare, ebbe molto a cuore le sorti di Vigevano, sua città natale, che volle trasformare da piccolo borgo e roccaforte militare in raffinata residenza signorile attraverso una complessa operazione urbanistica fondata sul mito umanistico-rinascimentale della “città ideale”.Il mecenatismo che caratterizzò soprattutto il periodo di Ludovico il Moro trasformò la città di Milano e l’intero ducato in una meta ambita per artisti, urbanisti e studiosi di grandissima fama. Tra loro, Leonardo da Vinci.

ARGOMENTI
• Albero genealogico degli Sforza
• Il Castello e la Piazza di Vigevano
• Ludovico Il Moro e Beatrice D’Este
• Gli ospiti illustri al Castello di Vigevano (Carlo VIII di Valois; Luigi XII di Valois-Orléans; Massimiliano I d’Asburgo, imperatore d’Austria; Alfonso d’Avalos, marchese di Vasto; Carlo V d’Asburgo, imperatore e re di Spagna)

Il Cavallo

Il monumento a cavallo è stato dal Quattrocento in poi, sull’esempio della statuaria antica, la rappresentazione massima del potere del signore. Quando Leonardo, a Firenze, lavorava alla bottega del Verrocchio, quest’ultimo aveva appena ricevuto il prestigiosissimo incarico di realizzare la statua in bronzo di Bartolomeo Colleoni a Venezia, in antagonismo con quella del Gattamelata fusa da Donatello a Padova.
Si sa che, in occasione delle sue visite fiorentine, quando si trovava in esilio a Pisa, Ludovico il Moro aveva chiesto a Lorenzo il Magnifico di suggerirgli un artista in grado di realizzare la più importante statua equestre che mai fosse esistita in onore di suo padre Francesco.
La commessa venne trasmessa a Leonardo e a questo punto due disegni utopici andarono a fondersi. L’idea di Ludovico di un monumento che sarebbe dovuto rimanere ineguagliato si sposò con l’idea di Leonardo che non perse l’occasione per cimentarsi in un’impresa che avrebbe dovuto rimanere unica al mondo: la realizzazione di un cavallo gigantesco, alto più di 7 metri, fuso in un’unica colata di bronzo.

Il curriculum

Ufficialmente Leonardo arrivò a Milano come inviato di Lorenzo il Magnifico in una sorta di ambasceria culturale per presentare a Ludovico il Moro la lira d’argento a forma di testa di cavallo da lui inventata e costruita.
In realtà sappiamo già che egli un grande progetto aveva in comune con il signore di Milano, la realizzazione del più grande monumento a cavallo mai costruito nella storia in onore di Francesco Sforza.
Tuttavia, dopo qualche tempo del suo soggiorno milanese, Leonardo sembra avvertire la necessità di programmare il proprio avvenire e a tale scopo pensa di presentarsi allo Sforza in un ruolo diverso dalla prevalente attività di artista che lo ha impegnato a Firenze.
Egli invia dunque al Moro una lettera, compilata sotto forma di curriculum, in cui per la prima volta abbiamo notizia ufficiale delle sue numerose capacità ingegneristiche e tecniche.
La lettera, di cui presentiamo qui il facsimile, è scritta da un amanuense sotto dettatura di Leonardo, ed è stata conservata all’interno del Codice Atlantico.
Con occhio attento alle particolari condizioni storiche, e in particolare alla ripresa della guerra, Leonardo enuncia qui in dieci punti le sue competenze in fatto di arte militare, costruzione di strumenti, macchine da battaglia e assedio, ponti mobili. Solo alla fine della lettera Leonardo fa riferimento a quello che potrebbe eseguire in tempo di pace e cioè a opere di architettura, pittura e scultura. In particolare poi, chiude ricordando il progetto artistico e celebrativo che, come ben sapeva, più stava a cuore al Moro, e cioè il grande monumento equestre che avrebbe dovuto divenire il segno visibile della potenza raggiunta dalla dinastia dei signori di Milano.

La Corte

“Fu d’indole affabile, brillante, generoso, di volto straordinariamente bello, e poiché era un meraviglioso arbitro e inventore d’ogni eleganza e soprattutto di spettacoli teatrali, e sapeva cantare egregiamente accompagnandosi sulla lira, ebbe larga accoglienza da tutti i principi del suo tempo.” Paolo Giovio, 1527

Questa efficace caratterizzazione della personalità di Leonardo, che pone l’accento sulla maestà del suo aspetto e sulla nobiltà del suo animo, viene da chi certamente lo conobbe in società e anche lì seppe apprezzarne le doti squisite.
Il coinvolgimento di Leonardo nell’allestimento di spettacoli e feste ebbe inizio già a Firenze, durante il suo apprendistato dal Verrocchio quando, insieme al maestro, realizzò il disegno dello stendardo per la giostra di Giuliano de’ Medici.
Leonardo divenne poi un ricercato e apprezzato “apparatore” di feste alla corte milanese degli Sforza. Particolare risonanza ebbe la festa detta del “Paradiso”, in occasione del matrimonio fra Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona.
Leonardo si occupò poi dell’allestimento di spettacoli e feste in diverse occasioni anche presso la corte francese. Tra questi vi furono anche eventi ufficiali, come il matrimonio di Lorenzo de’ Medici con Maddalena de la Tour d’Auvergne ad Argentan nel settembre del 1517 o il battesimo del delfino di Francia ad Amboise nel maggio del 1518, in onore del quale furono ideati una sfilata, una giostra e un finto combattimento che doveva celebrare la vittoria di Francesco I a Marignano.
A queste celebrazioni ufficiali seguirono anche una giostra navale, di cui si trova un appunto tra le carte di Leonardo, e una festa mirabolante al castello di Cloux, descritta e organizzata da Alessandro Visconti.
Leonardo aveva inoltre provveduto non soltanto all’intero allestimento di questi spettacoli, ma anche agli addobbi e ai costumi, come confermano i disegni esposti in questa sala.

Le Acque

“quanto più cade, più balza” Adí 2 febbraio 1494 / Leonardo da Vinci

Per realizzare la rete irrigua, Ludovico il Moro incaricò Leonardo di sovraintendere all’esecuzione delle canalizzazioni della città e del territorio.
Leonardo svolse il suo compito compiendo innumerevoli sopralluoghi presso i corsi d’acqua e annotando nel suo taccuino in pergamena, che teneva sempre alla cintura, tutte le osservazioni riguardanti l’energia dell’acqua.
Il manoscritto H, relativo al 1494, qui esposto in facsimile, contiene gli schizzi, le annotazioni e i progetti che evidenziano la struttura del pensiero scientifico di Leonardo all’opera nell’osservare, percepire, valutare l’elemento acqua.
Egli affronta il problema del controllo delle acque in modo complessivo, dalla scala regionale a quella urbana. E in particolare:
– l’irrigazione delle fertili pianure della valle padana attraverso un sistema di canali e navigli che colleghino il Ticino e l’Adda al Po;
– l’utilizzo dell’acqua come vena principale nel suo progetto di città ideale. In essa l’idea avveniristica di un sistema di edifici a piani sovrapposti a seconda delle loro funzioni – in alto una sorta di High Line di New York per il passeggio, più in basso le strade carrabili, più in basso ancora i canali d’acqua che portano via i residui infetti – rappresenta il primo tentativo di reagire con un progetto di risanamento urbano complessivo ai problemi igienici che stavano alla radice di piaghe ricorrenti come quella della peste;
– l’utilizzo della stessa acqua nei giardini privati come fonte di delizie e sorgente di vita per la flora e la fauna.

IL MANOSCRITTO H
Si tratta di un taccuino “tascabile” composto da tre diversi quaderni di piccolo formato, ricavati da un foglio ripiegato più volte, per un complesso di 142 carte. Vi appaiono centrali gli studi dell’acqua, soprattutto quelli che analizzano gli effetti erosivi di vortici e correnti. Vi si trova anche una serie di calcoli per lo scavo del canale navigabile della Martesana tra Lecco e Milano (oltre ad appunti di grammatica latina, di geometria e di idraulica).
Il manoscritto H contiene in particolare una quantità di schizzi, annotazioni e progetti che mostrano la struttura del pensiero scientifico di Leonardo nell’attività di osservare, percepire e valutare l’elemento acqua. Egli progetta manufatti idraulici che proprio assecondandone il moto riescono a contenerne i possibili aspetti distruttivi.

Il Cervello

I codici sono tutto ciò che ci resta di Leonardo insieme ai suoi dipinti.
Se i capolavori pittorici ce ne tramandano il genio, i codici, a ben vedere, rappresentano forse qualcosa in più. Attraverso di essi è possibile infatti gettare uno sguardo straordinario nella mente di Leonardo, nella sua vita, nelle sue emozioni. Di tutta la sua produzione ci restano ancora, fortunatamente, oltre cinquemila pagine di appunti, circa un quinto del totale, redatti con la sua inconfondibile scrittura speculare, orientata da destra a sinistra. Essa corrisponde alla cosiddetta “grafia sinistrorsa centrifuga della mano sinistra”. Leonardo scriveva così forse per il suo spirito ribelle alle convenzioni e desideroso di diversità, oppure semplicemente per il desiderio di celare a occhi indiscreti il risultato del suo instancabile genio. Questa enorme massa di scritti, sicuramente la più consistente del periodo rinascimentale, è rimasta coinvolta, dopo la morte di Leonardo, in incendi ed è stata oggetto di rapina e di atti di vandalismo.
Quando Leonardo morì, lasciò tutte le sue pagine al fedele discepolo Francesco Melzi, che le conservò con cura, ma alla morte di quest’ultimo i suoi eredi diedero inizio alla dispersione di questo importantissimo e immenso materiale; addirittura, non avendone compreso l’importanza, inizialmente lasciarono gli scritti in un sottotetto, per poi regalarli o cederli a poco prezzo ad amici o collezionisti. Grandi responsabilità del rimescolamento delle carte ebbe poi lo scultore seicentesco Pompeo Leoni che, con l’intenzione di separare i disegni artistici da quelli tecnologici e di unificare le pagine scientifiche, smembrò parte dei manoscritti originali, tagliando e spostando le pagine così da formare due grandi raccolte: il Codice Atlantico e la Raccolta di Windsor. Proseguendo con lo stesso sistema, Leoni compose almeno altri quattro fascicoli. Dal 1637 parte dei manoscritti è ospitata nella Biblioteca Ambrosiana, da cui però Napoleone li fece trafugare al 1796. Nel 1851 solo una parte di essi tornò a Milano; altri restarono a Parigi e altri ancora in Spagna, dove alcuni furono ritrovati solo nel 1966. Ecco i motivi della grande dispersione degli scritti di Leonardo, che oggi sono divisi in ben dieci codici diversi.
In questa sala sono esposti in facsimile e/o in digitale tutti i Codici di Leonardo:
• Il Codice Forster (Londra, Victoria and Albert Museum)
• I Codici dell’Istituto di Francia (Parigi, Institut de France)
• Il Codice Leicester (ex Codice Hammer) (Seattle, Collezione Bill Gates)
• Il Codice Trivulziano (Milano, Biblioteca Trivulziana del Castello sforzesco)
• Il Codice sul volo degli uccelli (Torino, Biblioteca reale)
• Il Codice Ashburnham (Parigi, Institut de France)
• I Codici di Madrid (Madrid, Biblioteca Nacional)
• Il Codice Arundel (Londra, British Museum)
• Il Codice Atlantico (Milano, Biblioteca Ambrosiana)
• La Raccolta di Windsor (Windsor Castle, Royal Library)

La Pinacoteca

Abbiamo visto finora come il genio di Leonardo si sia applicato ai più diversi campi del sapere, elaborando studi e disegni scientifici e d’ingegneria, di medicina e di botanica, di chimica e di geografia che si sviluppano per oltre cinquemila fogli conosciuti (circa un quinto del totale), tra quelli raccolti in codici e i disegni sciolti. Tuttavia l’aspetto di Leonardo più noto e più affascinante è quello della sua pittura. Benché si conoscano di lui non più di ventiquattro dipinti autografi, e anche questi abbiano visto talvolta l’intervento di altri, del suo maestro Verrocchio o di alcuno dei suoi discepoli, l’immagine di Leonardo, per i posteri, da Vasari in poi, fu soprattutto quella del più sublime tra i pittori.
In questa pinacoteca il visitatore troverà riunite per la prima volta al mondo non soltanto tutte le opere di attribuzione certa a Leonardo, ma anche quelle su cui egli è intervenuto anche soltanto in parte, collaborando col suo maestro Verrocchio o con qualcuno dei suoi allievi. Di ognuna di esse verranno raccontate le vicende dei protagonisti ritratti e le caratteristiche pittoriche, ma anche, ove possibile, alcune delle vicissitudini che questi dipinti, celeberrimi già alla loro epoca, hanno attraversato col passare dei secoli.
Parlando della pittura di Leonardo è necessario sottolineare innanzitutto come anch’essa costituisse per l’artista la suprema branca della scienza. A questo proposito anzi, egli si rifà esplicitamente a un concetto aristotelico: “più mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta le opere degli uomini”.
Nel dipingere Leonardo si servì di tecniche diverse e sperimentali, a volte con risultati che non resistettero al trascorrere del tempo, come nel caso del Cenacolo di Milano, ma a volte inventando procedimenti inediti e nuovi modi di raffigurazione che i pittori dopo di lui avrebbero poi utilizzato nei secoli a venire.

Il Cenacolo di Leonardo

“Fece ancora in Milano ne’ frati di San Domenico a Santa Maria de le Grazie un Cenacolo, cosa bellissima e maravigliosa, et alle teste de gli Apostoli diede tanta maestà e bellezza, che quella del Cristo lasciò imperfetta, non pensando poterle dare quella divinità celeste, che a l’imagine di Cristo si richiede. La quale opera, rimanendo così per finita, è stata da i Milanesi tenuta del continuo in grandissima venerazione, e da gli altri forestieri ancora, atteso che Lionardo si imaginò e riuscigli di esprimere quel sospetto che era entrato ne gli Apostoli, di voler sapere chi tradiva il loro Maestro. Per il che si vede nel viso di tutti loro l’amore, la paura e lo sdegno, o ver il dolore, di non potere intendere lo animo di Cristo.”

Sono le parole di Vasari che nell’edizione delle Vite del 1568 descrivono l’eccezionale fortuna del Cenacolo vinciano. L’opera fu commissionata a Leonardo da Ludovico il Moro ed eseguita sulla parete del refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie. L’affresco illustra un preciso momento dell’Ultima Cena: quando Cristo pronunciò le parole “In verità vi dico, uno di voi vi tradirà”, che innescano una reazione fisica e psicologica negli apostoli.
Ogni apostolo sembra quasi incarnare un preciso moto mentale che si esplicita attraverso la mimica facciale, ma anche attraverso i gesti ora violenti, concitati e preoccupati, ora pacati come quelli di Cristo.
L’Ultima Cena rappresenta infatti al massimo livello la visualizzazione realistica della teoria di Leonardo dei moti dell’animo che scaturiscono da ogni figura in funzione dell’intenzione e del sentimento